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Nell'oceano di Internet sono centinaia i siti che si occupano dell'affaire Moro, come è stato definito da Sciascia. Il mio blog si presenta come un progetto diverso e più ambizioso: contribuire a ricordare la figura di Aldo Moro in tutti i suoi aspetti, così come avrebbe desiderato fare il mio amico Franco Tritto (a cui il sito è certamente dedicato). Moro è stato un grande statista nella vita politica di questo paese, un grande professore universitario amatissimo dai suoi studenti, un grande uomo nella vita quotidiana e familiare. Di tutti questi aspetti cercheremo di dare conto. Senza naturalmente dimenticare la sua tragica fine che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia segnando un'epoca e facendo "le fondamenta della vita tremare sotto i nostri piedi".
Ecco perchè quel trauma ci perseguita e ci perseguiterà per tutti i nostri giorni.

sabato 17 maggio 2008

A 30 anni dall'assassinio di Moro - L'editoriale de "La civiltà cattolica"

Alle 9,15 del 16 marzo 1978 le Brigate Rosse rapirono Aldo Moro in via Fani e massacrarono i cinque uomini della sua scorta: Domenico Ricci e Oreste Leonardi, i due carabinieri che accompagnavano il Presidente del Consiglio Nazionale della Dc nella sua auto; Raffaele Jozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi, i tre poliziotti che occupavano l’auto di scorta. Su un totale di 93 proiettili ritrovati dagli inquirenti sul luogo del delitto ben 49 provenivano da una sola arma; e non si conosce ancora il nome del gelido assassino di carabinieri e poliziotti: è uno dei numerosi «misteri» insoluti del «caso Moro».

Il sequestro dell’on. Moro durò 55 dolorosi giorni e si concluse il 9 maggio con il ritrovamento del suo cadavere in una Renault rossa posteggiata in via Caetani, in un luogo «ideologicamente» equidistante tra la sede del Pci e quella della Dc. Moro, stando alle carte processuali, sarebbe stato tenuto prigioniero per tutti i 55 giorni a Roma, in un appartamento di via Montalcini. Ma, secondo alcuni, i luoghi di detenzione potrebbero essere stati diversi.

Pubblichiamo questo editoriale per mantenere vivo il ricordo di Aldo Moro, protagonista eminente della vicenda politica italiana del secondo dopoguerra, sempre attento ai cambiamenti che caratterizzavano la società al suo tempo, con la vigile mente protesa ad anticiparli per poterli poi governare: insomma un maestro di democrazia e un politico di alto profilo, oltre che un padre e un marito affettuoso, molto legato alla sua famiglia. Professore di Diritto penale, oltre che membro dell’Assemblea Costituente, nel 1955 diventa ministro della Giustizia; poi ministro della Pubblica Istruzione e in seguito presidente del Consiglio; dal 1969 al 1974 è ministro degli Esteri; dal 1974 al 1976 è di nuovo presidente del Consiglio. Nel 1976 viene eletto presidente del Consiglio Nazionale della Dc.

Gli anni Sessanta e Settanta appaiono oggi molto lontani, eppure il «caso Moro» va esaminato alla luce del contesto culturale, sociale e politico in cui si svolse. Così lo descriveva Moro in un ormai famoso passaggio del discorso da lui rivolto al Consiglio Nazionale del suo partito nel novembre 1968: «Tempi nuovi si annunciano e avanzano in fretta come non mai, il vorticoso succedersi delle rivendicazioni, la sensazione che ingiustizie, storture, zone d’ombra, condizioni di insufficiente dignità e insufficiente potere non siano oltre tollerabili, l’ampliarsi del quadro delle attese e delle speranze dell’intera umanità, la visione del diritto degli altri, anche dei più lontani da tutelare non meno del proprio, il fatto che i giovani sentendosi a un punto nodale della storia non si riconoscano nella società in cui sono e la mettano in crisi, sono tutti segni di grandi cambiamenti e del travaglio doloroso nel quale nasce una nuova società».

Nel febbraio 1978 Moro era impegnato ad allargare la maggioranza parlamentare ai comunisti per poter affrontare con un Governo solido i gravi problemi del Paese: terrorismo, fragilità delle istituzioni, manifestatasi a partire dall’attentato di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, e così via. «Eppure — notano C. Belci e G. Bodrato (in 1978: Moro, la Dc, il terrorismo, Brescia, Morcelliana, 2006, 150 s) —, vista da taluni commentatori la linea politica di Moro e Zaccagnini [allora segretario politico della Dc] continua ad essere definita come quella del progressivo cedimento a sinistra, prima con l’apertura ai socialisti (1962-68) e poi con quella ai comunisti (1976-79), un crescendo di fatalistica rassegnazione, il cui fine sarebbe solo quello di rallentare e ritardare la “capitolazione finale”. Il “consociativismo”, cioè una combinazione opportunistica tra due partiti per diversi motivi in difficoltà anche se elettoralmente forti, che ridurrebbe la dialettica democratica a una finzione e a un gioco delle parti, è un termine usato dalla cultura e dalla storiografia della destra italiana».

Come si può immaginare, grande era la resistenza dei tanti che erano contrari a quello che, dando un senso negativo all’espressione, chiamavano «compromesso storico». Ma, nel suo ultimo discorso prima del rapimento, tenuto dinanzi all’assemblea dei parlamentari democristiani il 28 febbraio 1978, Moro è assolutamente chiaro e indica i limiti oltre i quali la proposta di maggioranza parlamentare non può andare: no al Governo di emergenza, no a una coalizione politica generale con il Partito comunista, e aggiunge: «Se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a questo domani, credo si potrebbe accettare. Ma, cari amici, non è possibile. Oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità». In sintesi, Moro proponeva un Governo monocolore democristiano sostenuto da una maggioranza parlamentare della quale facessero parte i comunisti sulla base di un chiaro accordo programmatico, nel quale, fra l’altro, veniva confermata la politica estera atlantica e l’adesione dell’Italia al Sistema monetario europeo.

Il 16 marzo doveva iniziare alla Camera il dibattito parlamentare sulla fiducia al quarto Governo Andreotti, con i comunisti nella maggioranza programmatica, ma alle 9,30 giunge la notizia del rapimento di Moro. In un improvvisato vertice a Palazzo Chigi si decide di abbreviare il dibattito parlamentare, limitandolo alle dichiarazioni di voto, per mettere il Governo in condizione di operare al più presto nella pienezza dei poteri. Intanto lo Stato si scopre del tutto impreparato ad affrontare sia il rapimento Moro sia l’ondata di attentati terroristici che continuano nei 55 giorni della prigionia dell’uomo politico pugliese «per trascinare — come affermano i terroristi — tutti i proletari alla lotta decisiva per il potere e per il comunismo».

Senza entrare nelle polemiche ancora vive tra chi sosteneva la linea della fermezza nei confronti dei brigatisti e chi invece cercava una difficilissima linea della trattativa, va detto che la Dc cercò di aprire uno spiraglio per tentare di salvare la vita di Moro senza violare la Costituzione e le leggi della Repubblica. Con un viaggio a Londra del prof. Giuseppe Lazzati e del diplomatico Roberto Gaja si riuscì a ottenere l’apertura di un canale di possibile comunicazione in una località extraterritoriale, con una linea telefonica messa a disposizione di Amnesty International nel Palazzo di San Calisto (vicino a Santa Maria in Trastevere), luogo extraterritoriale appartenente alla Santa Sede. Contemporaneamente fu avviata anche una iniziativa di mediazione da parte della Caritas Internationalis, che si disse «pronta a operare nell’ambito e con i metodi umanitari che ci sono propri» per favorire un contatto con le Brigate Rosse. Probabilmente furono attivati anche altri tentativi tesi a salvare la vita dell’on. Moro.

Infine il 22 aprile alle 15,00 scade l’ultimatum contenuto nel comunicato n. 7 delle Brigate Rosse: o la liberazione dei 13 brigatisti che venivano processati a Torino o l’uccisione di Moro. Nella mattinata viene diffuso il testo di una lettera di Papa Paolo VI agli «uomini» delle Brigate Rosse: «Vi scrivo pubblicamente profittando del margine di tempo, che rimane alla scadenza della minaccia di morte, che voi avete annunciato contro di lui. Uomo buono e onesto, che nessuno può incolpare di qualsiasi reato, o accusare di scarso senso sociale e di mancato servizio alla giustizia e alla pacifica convivenza civile. Io non ho alcun mandato nei suoi confronti, né sono legato da alcun interesse privato verso di lui. Ma lo amo come membro della famiglia umana, come amico di studi, e a titolo del tutto particolare, come fratello di fede e come figlio della Chiesa di Cristo. Ed è in questo nome supremo di Cristo, che io mi rivolgo a voi, che certamente non lo ignorate, a voi, ignoti e implacabili avversari di questo uomo degno e innocente; e vi prego in ginocchio, liberate l’onorevole Aldo Moro, semplicemente, senza condizioni, non tanto per motivo della mia umile e affettuosa intercessione, ma in virtù della sua dignità di comune fratello in umanità… Uomini delle Brigate Rosse, lasciate a me, interprete di tanti vostri concittadini, la speranza che ancora nei vostri animi alberghi un vittorioso sentimento di umanità». Ma tutto fu inutile di fronte alla determinazione ideologica e a priori dei brigatisti, i quali ritenevano che ormai era prossima l’insurrezione nel Paese.

Nei 55 giorni del rapimento, Moro scrisse 97 messaggi tra lettere, testamenti e biglietti, ma soltanto otto furono pubblicati dalla stampa durante il sequestro (cfr Aldo Moro: Lettere dalla prigionia, a cura di M. Gotor, Torino, Einaudi, 2008, 195). «È possibile sostenere — afferma Gotor — con sufficiente certezza che le lettere recapitate dai brigatisti nel corso del sequestro non furono meno di trentasei, circa un terzo di quelle effettivamente scritte dal prigioniero. Un dato di fatto che smentisce quanto sostenuto nel 1993 da Mario Moretti: “Noi abbiamo reso pubblico quasi tutto quel che [Moro] scrive, le poche volte in cui non è stato così è perché inoltrare le sue lettere è rischiosissimo».

Nella lettera indirizzata a Cossiga, allora ministro dell’Interno, colpì tutti l’affermazione di Moro che scriveva di trovarsi sotto «un dominio pieno e incontrollato». È certo, in ogni caso, che erano i brigatisti a decidere quali testi di Moro far giungere all’esterno e quali no. Lasciando agli storici il giudizio sulla piena corrispondenza del testo delle missive di Moro con il suo pensiero, ci preme riprendere un’osservazione fatta da molti, ma lasciata in una delle tante zone d’ombra del caso Moro.

Mario Moretti, uno dei fondatori delle Brigate Rosse e capo dell’organizzazione terroristica durante il rapimento Moro, fu arrestato nel 1981. Per sua stessa ammissione, è stato colui che ha materialmente eseguito l’uccisione di Aldo Moro. È anche colui che condusse l’interrogatorio di Moro durante la prigionia nel covo di via Montalcini. Condannato a sei ergastoli, dal 1994 è in libertà condizionata: durante la giornata lavora e la notte rientra in carcere a Milano. Non abbiamo dubbi sulla correttezza legale delle decisioni prese dalla magistratura, forse troppo formali, ma meno sensibili ai diritti dei familiari delle vittime a conoscere la verità o almeno la sua parte sostanziale, e comprendiamo l’atteggiamento di Moretti che non ha mai detto una parola significativa sullo svolgimento del caso Moro.

Non riusciamo a capire però come in un Paese democratico il responsabile del più pericoloso attacco allo Stato avvenuto nella sua storia, per di più condannato a sei ergastoli, possa ottenere la libertà vigilata dopo appena 13 anni di carcere, soprattutto senza aver mai rivelato nulla circa la sua attività sovversiva passata, nonostante i misteri che ancora la circondano.

2 commenti:

Otello ha detto...

Interessante e lodevole, questo editoriale
di "Civiltà Cattolica".
C'è solo da chiederci, in quale girone del
Purgatorio erano costoro e i Padri Gesuiti, in quei terribili frangenti
... e cos'hanno fatto LORO per tentar di salvare la vita di A. M.?

Qualche settimana fa, ho letto il lavoro e l'analisi di Imposimato
(interessante e credibile al 90%, anche se mancherebbero le cosidette
prove, di quello che ipotizza ed asserisce ...) altrettanto importante
ma ancora più pregnante, e quindi da leggere assolutamente, IL GOLPE DI
VIA FANI dell'analista e storico Giuseppe De Lutiis, che ho appena
terminato di metabolizzare; altro che dietrologia, questo autore, ha
saputo elencare e mettere insieme, un impressionante numero di fatti e
di circostanze, che sono davvero INCONCEPIBILI, per un paese che gia
negli anni "70 si definiva DEMOCRATICO, MODERNO E AVANZATO!
Quello che
possiamo leggere in questo lavoro, è degno di essere preso in esame da
un TRIBUNALE INTERNAZIONALE PER I DIRITTI UMANI, onde mettere sotto
inchiesta e sotto accusa - per gravi omissioni, per depistaggi vari e
financo per alto tradimento - un gran bel numero di personaggi
(FUNZIONARI DELLO STATO) che hanno chiaramente favorito gli interessi
più criminali ...

Saluti da Otello

ms ha detto...

Interessante e lodevole, questo editoriale di "Civiltà Cattolica".
C'è solo da chiederci, in quale girone del Purgatorio erano costoro e i Padri Gesuiti, in quei terribili frangenti ... e cos'hanno fatto LORO per tentar di salvare la vita di A. M.?
Qualche settimana fa, ho letto il lavoro e l'analisi di Imposimato
(interessante e credibile al 90%, anche se mancherebbero le cosidette prove, di quello che ipotizza ed asserisce ...) altrettanto importante ma ancora più pregnante, e quindi da leggere assolutamente, IL GOLPE DI VIA FANI dell'analista e storico Giuseppe De Lutiis, che ho appena
terminato di metabolizzare; altro che dietrologia, questo autore, ha
saputo elencare e mettere insieme, un impressionante numero di fatti e di circostanze, che sono davvero INCONCEPIBILI, per un paese che gia negli anni "70 si definiva DEMOCRATICO, MODERNO E AVANZATO!
Quello che possiamo leggere in questo lavoro, è degno di essere preso in esame da
un TRIBUNALE INTERNAZIONALE PER I DIRITTI UMANI, onde mettere sotto
inchiesta e sotto accusa - per gravi omissioni, per depistaggi vari e financo per alto tradimento - un gran bel numero di personaggi
(FUNZIONARI DELLO STATO) che hanno chiaramente favorito gli interessi
più criminali ...
Saluti da Otello