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Nell'oceano di Internet sono centinaia i siti che si occupano dell'affaire Moro, come è stato definito da Sciascia. Il mio blog si presenta come un progetto diverso e più ambizioso: contribuire a ricordare la figura di Aldo Moro in tutti i suoi aspetti, così come avrebbe desiderato fare il mio amico Franco Tritto (a cui il sito è certamente dedicato). Moro è stato un grande statista nella vita politica di questo paese, un grande professore universitario amatissimo dai suoi studenti, un grande uomo nella vita quotidiana e familiare. Di tutti questi aspetti cercheremo di dare conto. Senza naturalmente dimenticare la sua tragica fine che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia segnando un'epoca e facendo "le fondamenta della vita tremare sotto i nostri piedi".
Ecco perchè quel trauma ci perseguita e ci perseguiterà per tutti i nostri giorni.

giovedì 1 maggio 2008

Il discorso ai gruppi parlamentari

Trent´anni fa, il 28 febbraio 1978, Moro tenne il suo ultimo discorso pubblico, pochi giorni prima di essere rapito. Quello che è poi diventato il suo testamento politico fu pronunciato in un´occasione straordinaria: l´assemblea di deputati e senatori della Dc convocata per decidere se inserire i comunisti nel governo o escluderli, pretendere nuove elezioni anticipate - le terze in pochi anni - ed, eventualmente, passare all´opposizione.
Moro pronunciò un lungo e complesso discorso di mediazione, tipico di uno stile da molti considerato bizantino e oscuro e perciò oggetto, proprio in quei giorni, delle critiche della stampa. Ma dietro quel discorso si nascondeva una posizione netta: sarebbe stato sbagliato andare alle elezioni e si dovevano accogliere, almeno in parte, le richieste comuniste, facendo entrare il Pci nella maggioranza.
Lo mostrano gli appunti vergati durante quella drammatica assemblea ed ora conservati, insieme ad altri importanti documenti, nelle carte Moro presso l´Archivio Centrale dello Stato. Con una scrittura non facilmente decifrabile, egli annotò in fretta le sue risposte alle obiezioni di quanti volevano svincolarsi dalla coabitazione con i comunisti. L´analisi era lucida, stringente.
Dopo il referendum sul divorzio del 1974 e le disastrose elezioni regionali del 1975, nelle politiche del 20 giugno 1976 quello ottenuto dalla Dc era stato un «successo insperato» (che, nel discorso pubblico, si trasformò in una più nobile «vittoria» prodotta da un «soprassalto di consapevolezza» degli elettori), cui aveva fatto da pesante contrappeso «un progresso allarmante» del Pci (mentre Moro parlò poi, in modo più neutro, di «due vincitori»). La conseguenza era stata che i due partiti maggiori potevano ora «paralizzarsi» a vicenda: si trattava di una situazione da cui non si sarebbe usciti con nuove elezioni che, anzi, avrebbero prodotto un ulteriore «logoramento».
Secondo Moro, non si trattava solo di una scelta politica obbligata: era anche quella moralmente più valida. In quell´assemblea, emerse anche il problema del rapporto tra valori ideali e azione politica, una questione che torna a riproporsi in campo cattolico. Rivolgendosi ai parlamentari democristiani, Moro manifestò attenzione per motivazioni ideali e preoccupazioni etiche, ma per lui il giudizio morale non poteva prescindere dalla realtà delle «cose», anzi dalla «lenta» e «travagliata» ricerca della «verità» (seppure intesa limitatamente come «verità politica»).
Egli era, infatti, contrario al compromesso storico, ma invocare «coerenza» rispetto ai propri valori, «fedeltà» agli elettori, difesa della propria «identità» per interrompere la collaborazione in atto, significava per lui «ridursi alla testimonianza», «arrendersi», «ritirarsi», mancare di «coraggio», tradire cioè le proprie responsabilità verso il paese. Proprio l´ispirazione cristiana, infatti, imponeva di anteporre il bene comune all´affermazione di un´identità di parte.
Rompere con i comunisti, tra l´altro, avrebbe peggiorato la condizione dei cattolici. Il rapporto con il Pci, infatti, aveva attenuato il pesante isolamento cui la Dc era stata costretta dalla decisione dei socialisti di interrompere definitivamente l´esperienza di centro-sinistra. A più di due anni da quella decisione, Moro tratteneva ancora a fatica la sua irritazione: «si può rispettarli, si deve rispettarli», concedeva, ma senza dimenticare l´«impatto durissimo del loro agire».
Per la prima volta dal 1947, infatti, la Dc non era più in condizione di formare una maggioranza politica organica (almeno «al momento» corresse nell´ultima stesura): il tramonto della centralità democristiana - su cui avrebbe insistito anche negli scritti della prigionia - più che dai successi comunisti dipendeva dunque dai socialisti.
Moro intuì che questi speravano di intercettare i movimenti della società italiana formando, insieme a nuove forze emergenti, un forte polo laico e comprese che si stava preparando una trasformazione del panorama politico italiano. (Non riuscì invece ad immaginare che sarebbe stato anche largamente superato «il primato di una ventina di partiti» allora detenuto dall´Olanda, su cui egli ironizzò proprio durante quell´assemblea).

Agostino Giovagnoli per "la Repubblica"

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