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Nell'oceano di Internet sono centinaia i siti che si occupano dell'affaire Moro, come è stato definito da Sciascia. Il mio blog si presenta come un progetto diverso e più ambizioso: contribuire a ricordare la figura di Aldo Moro in tutti i suoi aspetti, così come avrebbe desiderato fare il mio amico Franco Tritto (a cui il sito è certamente dedicato). Moro è stato un grande statista nella vita politica di questo paese, un grande professore universitario amatissimo dai suoi studenti, un grande uomo nella vita quotidiana e familiare. Di tutti questi aspetti cercheremo di dare conto. Senza naturalmente dimenticare la sua tragica fine che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia segnando un'epoca e facendo "le fondamenta della vita tremare sotto i nostri piedi".
Ecco perchè quel trauma ci perseguita e ci perseguiterà per tutti i nostri giorni.

sabato 31 maggio 2008

Moro, fare politica senza paura

Vi propongo l'intervento dell'amico sen. Franco Marini in occasione della commemorazione di Moro al Senato.

Con viva commozione mi associo al cordoglio espresso oggi in quest’Aula in occasione del ricordo del tragico rapimento di Aldo Moro, della barbara e crudele uccisione sua e dei cinque uomini di scorta.
Ancora non si è potuta fare piena luce sulle ragioni di quei fatti, sui mandanti, su tutti gli esecutori, sul disegno criminale che era stato ordito.
La nostra memoria civile e politica soffre di questo vuoto di piena conoscenza, anche perché molti degli autori materiali di quei fatti, pur avendo perduto la loro folle e cinica sfida allo Stato democratico, non hanno mai voluto offrire una piena e leale collaborazione.
Come ha detto il Presidente Napolitano “non devono esserci tribune”, per coloro che non accettano le regole elementari di trasparenza nella vita democratica.
Ma oggi voglio richiamare il Moro vivo, il suo pensiero, il suo agire politico. E’ ovvio che cinque minuti mi consentono solo tre per me importanti sottolineature,
La prima. / La memoria di Moro, negli anni recenti si è spesso soffermata sugli ultimi suoi discorsi, quando – non senza lucido coraggio – delineava l’evoluzione della democrazia italiana verso la dimensione di una democrazia compiuta, dove forze politiche di maggioranza e di opposizione si confrontavano e si alternavano per il governo del Paese.
Moro non temeva questa maturazione democratica, anzi la disegnava come una sfida per la Democrazia cristiana, anche per sollecitarne una iniziativa di rinnovamento all’altezza dei bisogni del Paese.

Moro, infatti, era anzitutto un democratico cristiano convinto, mai integralista, ovvero mai animato da un senso di superiorità o di demonizzazione dell’avversario politico.
Moro aveva una concezione forte e basilare del Partito, della sua funzione e della sua autonomia, nei tanti anni nei quali la Democrazia cristiana e i Governi si intrecciavano profondamente.
Parlando al Consiglio nazionale della DC nel gennaio del 1964, in occasione della nascita del primo centro-sinistra, Moro sollecitava “l’azione di un Partito che, conquistata attraverso un lungo dibattito ed una tormentata esperienza una linea politica capace di tradursi in atto, la approfondisce, l’arricchisce di contenuto, la salda con le proprie migliori tradizioni politiche, la pone in costante collegamento con l’opinione pubblica e con il corpo elettorale”.
E’ la sintesi forte del suo pensiero: un Partito che nella discussione, nell’analisi franca al suo interno, definisce la linea politica e poi si pone in costante collegamento con la società, con gli elettori, per spiegare le proprie proposte e le proprie ragioni, per sviluppare quella funzione di canale di partecipazione democratica che la Costituzione assegna ai Partiti.
Non un Partito virtuale o mediatico (quanto è attuale questo richiamo) ma una forza politica di uomini e di donne che si pone al servizio del Paese, che discute, analizza e si unisce sempre per offrire una proposta forte e incisiva per il governo e per lo sviluppo della società.
La seconda. / Proprio il rapporto costante con la società e con i suoi cambiamenti è alla radice della sua concezione del potere e della democrazia. “Ci deve pur essere una ragione, un fondamento ideale, una finalità umana per i quali ci si costituisce in potere e il potere si esercita, dice Moro nel 1969. Al di fuori di essi, al di fuori del rispetto di un criterio di moralità, il potere non è più un riferimento efficace e perde la sua credibilità, per prospettare un ordinamento sociale libero”.
“Tempi nuovi si annunciano e avanzano in fretta - prosegue Moro- Il vorticoso succedersi di rivendicazioni, la sensazione che storture, ingiustizie, zone d’ombra, condizioni d’insufficiente dignità e d’insufficiente potere non siano oltre tollerabili, l’ampliarsi del quadro delle attese e delle speranze dell’intera umanità, la visione del diritto degli altri, anche dei più lontani, da tutelare non meno del proprio, il fatto che i giovani, sentendosi a un punto nodale della storia, non si riconoscano nella società in cui sono e la mettano in crisi, sono tutti segni dei cambiamenti e del travaglio doloroso nel quale nasce una nuova umanità”.
Queste analisi senza veli – espresse senza paura e senza seminare paura - di fronte ai cambiamenti enormi che si manifestavano, fanno emergere tutta la grandezza di Moro, per il quale la politica aveva una dimensione umana e per questo doveva occuparsi dei problemi sociali delle persone, della loro crescita civile e democratica.
Questa sua visione della politica lo accompagnerà tutta la vita, fino al confronto con i suoi carcerieri, quando probabilmente scoprì che si trattava anche di giovani dissennati che volevano sovvertire lo Stato e la vita sociale. Anche prigioniero Moro tenta di capire e di dialogare. Le sue lettere sono segnate da questa coscienza umana della politica, dai rapporti con i suoi amici di partito e con la sua famiglia.
Non una visione eroica o ideologica, superiore e staccata dalla realtà, non un senso del potere chiuso, ma una profonda dedizione umana alla politica, al valore del legame personale e morale con le persone: la politica come strumento di partecipazione e di progresso per tutti gli uomini. In questo forse ritroviamo la complessità della sua ispirazione cristiana.
Per ricordare oggi Moro dobbiamo ripensare all’attualità della sua lunga lezione che per oltre 35 anni ha accompagnato la nostra crescita democratica e ha alimentato la nostra coscienza collettiva. Moro ha vissuto nel servizio al Paese ed è stato ucciso proprio perché credeva che la politica fosse una attività che doveva dipendere solo da chi la vive e dai cittadini che democraticamente vi partecipano.
La terza. / Io non ebbi dubbi sulla dolorosa necessità che lo Stato tenesse. Mi colpirono però, dopo la sua morte, considerazioni sulla sua condotta durante i 55 giorni della prigionia. Gli furono attribuite incertezze, eccessiva insistenza sui suoi compagni di partito per la trattativa, quasi un cedimento dinanzi alla pressione dei terroristi. Voglio ricordare invece – lo fa la storiografia più recente – la grande nobiltà e la lucidità del suo comportamento. L’analisi accurata delle sue lettere dimostra che restò vigile e determinato fino alla morte. Usò, con la sua intelligenza, il veicolo unico che i terroristi gli lasciavano per comunicare, le lettere, a volte non recapitate, come quella in cui parlava del dolore per la morte della sua scorta, per tenere un filo tutto suo personale con i destinatari dei suoi scritti. In sintesi, Moro non si lasciò piegare dalla violenza e dal cinismo dei suoi carcerieri, difese fino alla fine, in condizioni disperate, la sua visione della vita e della politica.
Moro fu un uomo il cui assassinio costituì una tragica, irreparabile perdita, per la politica e per la democrazia italiane.

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