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Nell'oceano di Internet sono centinaia i siti che si occupano dell'affaire Moro, come è stato definito da Sciascia. Il mio blog si presenta come un progetto diverso e più ambizioso: contribuire a ricordare la figura di Aldo Moro in tutti i suoi aspetti, così come avrebbe desiderato fare il mio amico Franco Tritto (a cui il sito è certamente dedicato). Moro è stato un grande statista nella vita politica di questo paese, un grande professore universitario amatissimo dai suoi studenti, un grande uomo nella vita quotidiana e familiare. Di tutti questi aspetti cercheremo di dare conto. Senza naturalmente dimenticare la sua tragica fine che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia segnando un'epoca e facendo "le fondamenta della vita tremare sotto i nostri piedi".
Ecco perchè quel trauma ci perseguita e ci perseguiterà per tutti i nostri giorni.

venerdì 16 aprile 2010

Un artista di nome Marco Bellocchio: Buongiorno, notte

di Costanza Ognibeni
www.cineforme.it

Suonano a morto le campane dell’inno che negli anni 70 accompagnava le azioni dei giovani anarchici che si ribellavano al potere costituito. La canzone, presa da una poesia scritta da un soldato della Resistenza direttamente dal carcere di Fossombrone, nel 1967, riecheggia nella mente del curioso spettatore che si presta per la prima volta ad assistere alla proiezione del lungometraggio che l’“artista” scrisse e produsse nel 2003. Storie di rivoluzione, storie di lotta clandestina. Storie di rivolta senza identità. Il Galeone è il sottofondo che accompagna la vicenda di Chiara nell’era degli anni di piombo. Chiara, 23 anni. Bibliotecaria al ministero, di giorno: sguardo spento, abiti austeri. E nessuna luce negli occhi.

Chiara, 23 anni. Brigatista, di notte: ribelle, contestatrice, sovversiva. Vive con Ernesto, con Primo e con Mariano, compagni di lotta. Insieme, combattono per la libertà del popolo. Insieme, lottano per l’abbattimento di un potere che si è sedimentato nel loro paese, ma ancor di più nella loro mente. Ma anche il Dottor Jekyll aveva provato a uccidere Mister Hyde, poiché non sopportava quella bestia che si era impossessata del suo corpo. Ucciderlo materialmente, tuttavia, era anche suicidio.

Distruzione. Questa l’unica chiave che i quattro brigatisti vedono come possibilità di aprire la porta dietro la quale si cela la libertà. O così credono. Solo la storia ci insegna che dietro quella porta, in realtà, si celava il suicidio. Distruzione di ciò che opprime. Distruzione di ciò che fa ammalare. Distruzione di ciò che toglie la libertà. Ma anche del Dottor Jekyll, morto Mr. Hyde, non si seppe più nulla.

Tesi, antitesi, sintesi. Timida, la voce dello scrittore del Manifesto si affaccia di tanto in tanto tra un fotogramma e l’altro. Ora nei gesti del soldato brigatista, ora negli occhi di Chiara, ora nei suoi sogni. Annullare la realtà e poi ricrearne una nuova. E Chiara sogna una panchina abbandonata al gelo della neve. Perché, in fondo, Chiara lo sa: dopo l’annullamento è impossibile qualunque forma di creatività.

A meno che, per puro caso, non si abbia la fortuna di vedere un neonato introdotto nel proprio appartamento. Un neonato con cui solo Chiara riesce a relazionarsi, anche se per poco, poiché i suoi compagni non si rendono nemmeno conto della sua presenza, troppo presi a sequestrare il leader dei Democratici Cristiani con il fine di ucciderlo: questo è ciò che vuole la lotta di classe, per far sì che «la classe operaia arrivi a dirigere tutto».

A meno che, per puro caso, non si abbia la fortuna di incontrare un giovane sceneggiatore, possibilmente innamorato: Chiara conosce Enzo, un ragazzo come tanti, appassionato di scrittura, di poesia, di narrativa. E di tutto ciò che è bello. Enzo ha scritto una sceneggiatura. Si intitola “Buongiorno, notte”, come la poesia di Emily Dickinson. Quella in cui l’autrice, rifiutata dal Giorno che tanto amava, saluta la Mezzanotte. Anche Enzo saluta la sua, di Mezzanotte. E lo fa raccontando di una giovane brigatista che un giorno, insieme alla sua squadra di guerriglieri, rapisce Aldo Moro. Ma poi se ne pente. Ma, forse, è troppo tardi. O forse no.

Il giovane sceneggiatore parla d’immaginazione, di rivoluzione, quella vera. Parla di una rivoluzione reale, possibile solo attraverso la fantasia, attraverso il pensiero creativo. Disprezza, Enzo, i brigatisti. Non perché sia d’accordo con il potere costituito, non perché sia dalla parte dei conservatori o, peggio, dei democristiani. Enzo è contrario perché riesce a leggere la vera pazzia che alberga nelle menti di quanti, giorno dopo giorno, consumano la loro vita dietro inutili rituali quotidiani conditi dal sapore sciapo della routine, senza coltivare sogni, ambizioni. Senza immaginare, senza cercare quella spezia che potrebbe rappresentare il giusto condimento della loro esistenza. Diversa per ognuno. Perché diverse le identità. Impetuosi, i numerosi ribelli non si rendono conto di essere, in realtà, le vere pedine nelle mani del potere: marionette che eseguono movimenti dettati da un burattinaio che, quotidianamente, decide come devono vivere. E come devono morire.

«…C’è gente che…fanno ogni giorno la stessa cosa; poi di colpo vogliono tagliare per i campi e cambiare il mondo con un colpo di pistola. E non si accorgono che la loro vita, quella di tutti i giorni, è lo zero assoluto. Ho letto su un giornale che un brigatista, tra un omicidio e l’altro, leggeva Tex Willer e si masturbava con le riviste porno…dissociazione pura».

Chiara è affascinata da Enzo. E non vuole più uccidere Aldo Moro. E comincia a immaginare, a pensare, a sognare. Sogna di poterlo liberare, sogna di averlo seduto lì, vicino a lei, a leggerle il libro con le lettere dei condannati della resistenza Europea ai loro cari. E si ribella. I compagni brigatisti, invece, continuano a volerlo uccidere. Non perché ce l’abbiano con lui in particolare, con la sua specifica persona. L’odio non è verso Aldo Moro, ma verso il rappresentante di un potere che va annientato. Aldo Moro, in quanto persona, non esiste. Le sue parole, la sua paura di fronte alla morte, le lettere che invia ai suoi cari. Aldo Moro non c’è. Pura astrazione, quella del brigatista che, perso il rapporto con suo figlio, decide di condannarlo.

«Questa è una prova per noi che non ci devono essere limiti umanitari nella guerra rivoluzionaria. Non esiste un’azione che non si possa fare; per la vittoria del proletariato è lecito uccidere anche la propria madre. Quello che oggi sembra inconcepibile, assurdo, disumano, in realtà è un atto eroico di annullamento supremo della nostra realtà soggettiva: il massimo dell’umanità! (…)»

Ernesto, Primo, Mariano e Chiara. Tutti d’accordo sul rapimento e l’assassinio di Aldo Moro. Poi, Chiara si ricrede: dopo aver conosciuto un giovane scrittore, dopo aver accudito, per sbaglio, un bimbo appena nato.

Poi anche Ernesto, dopo aver realizzato che essere un brigatista significa non potersi rapportare con la propria donna. O uccidi, o fai l’amore. Le due realtà non possono convivere. Parallele, queste rette sono destinate a non incontrasi mai, nemmeno in un punto infinito, poiché, Ernesto lo sa, esser brigatista vuol dire rinunciare a sognare. E senza sogni, la sua Giulia non può esistere a fianco a lui. Poesia, non storia, quella che l’artista narra scrivendo le pagine della sua sceneggiatura e traducendole poi in immagini, accompagnate, di volta in volta, da una coinvolgente colonna sonora che quasi trasforma le impeccabili performance dei singoli attori in veri e propri balletti, in cui ognuno, come da copione, conserva un proprio ruolo. Chi è la vittima, chi il carnefice, nei 105 minuti di questa teatrale rappresentazione cinematografica? Forse, invece di cercare un’immediata risposta, occorre sospendere il giudizio e guardare: Aldo Moro è perdente nei confronti dei brigatisti; i brigatisti sono perdenti nei confronti della storia.

La rabbia la vera protagonista del racconto. Il vero burattinaio che, ancora una volta, toglie dagli occhi quella luce che permette di guardare oltre. La rabbia che rende ciechi, svuotando del loro significato tutti i segni che la realtà propone e li rende astratti. E allora, un uomo non è più un uomo, ma un partito, un potere, e va pertanto abbattuto. Un ragazzo non è un ragazzo, ma un soldato che deve lottare. Chiara non è una donna, non ha un uomo e non ha un bambino. Chiara è un’organizzazione, un gruppo armato. Ma, forse, è proprio quel cominciare a volersi riconoscere come donna la chiave che la salverà dalla pazzia dell’omicidio.

…Su schiavi all'armi all'armi!
L'onda gorgoglia e sale
tuoni baleni e fulmini
sul galeon fatale.Su schiavi all'armi all'armi!
Pugnam col braccio forte!
Giuriam giuriam giustizia!
O libertà o morte!
Giuriam giuriam giustizia!
O libertà o morte!

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