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Nell'oceano di Internet sono centinaia i siti che si occupano dell'affaire Moro, come è stato definito da Sciascia. Il mio blog si presenta come un progetto diverso e più ambizioso: contribuire a ricordare la figura di Aldo Moro in tutti i suoi aspetti, così come avrebbe desiderato fare il mio amico Franco Tritto (a cui il sito è certamente dedicato). Moro è stato un grande statista nella vita politica di questo paese, un grande professore universitario amatissimo dai suoi studenti, un grande uomo nella vita quotidiana e familiare. Di tutti questi aspetti cercheremo di dare conto. Senza naturalmente dimenticare la sua tragica fine che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia segnando un'epoca e facendo "le fondamenta della vita tremare sotto i nostri piedi".
Ecco perchè quel trauma ci perseguita e ci perseguiterà per tutti i nostri giorni.

venerdì 2 ottobre 2009

Lo Stato e il diritto secondo Aldo Moro (Lezioni di Filosofia del Diritto, Cacucci 2006)

Posto la recensione che l'amico Gian Franco Lami ha scritto in occasione della ristampa delle lezioni baresi di Filosofia del diritto, testo fondamentale per entrare nel "complesso" pensiero di Moro.

Sono state stampate, in una nuova veste grafica, dall'editore barese Cacucci, le lezioni di Filosofia del Diritto tenute da Aldo Moro negli anni 1942-43 e 1944-45. Non si tratta di una ricostruzione storico-filologica, né di un semplice contributo, per quanto validamente offerto dai professori Francesco Bellino, Pietro Pepe e Francesco Saponaro, alla memoria dell'uomo politico e dell'accademico. Si tratta, in effetti, della rinnovata proposta di una concezione giuridica coraggiosa, dai contenuti fortemente caratterizzanti il ruolo dell'ordinamento e delle istituzioni, nel nome di una rifondazione morale della politica e del diritto. E direi che mai, come nel periodo che stiamo vivendo, un suggerimento del genere dovrebbe essere raccolto e condiviso dalle persone di buona volontà. Quella che Moro chiamava, alla maniera di Von Jehring, la "lotta per il diritto", fu da lui personalmente combattuta, attraverso le riflessioni maturate in un periodo di tensioni a dir poco epocali, quale fu il periodo del Fascismo italiano, in tempo di guerra. La sua sensibilità di giurista non gl'impedì, tuttavia, nei momenti di massima confusione popolare, d'innalzare un appello alla virtù, al piacere della libertà. Il termine di "legge" non viene mai slegato, nelle pagine del nostro libro, dal termine di "verità", quindi, dal riferimento a un'ideale necessità, nella quale Dio torni a dare un senso, nel molteplice e nel caotico susseguirsi dei fatti umani. Un Dio, dunque, sia egli "trascendente o immanente", purché si dimostri in grado di confermare la promessa d'amore, sottesa alla congerie di rapporti, di cui la società si alimenta. Per questa strada, che mette allo scoperto le ragioni profonde e il compito della norma, si rinviene la funzione davvero universale nonché della giustizia, dello Stato stesso. E' universale, infatti, la vocazione dell'umanità intera alla giustizia, com'è universale la vocazione dello Stato alla "comunità internazionale". Oltre il puro individualismo, oltre il cieco particolarismo, Aldo Moro vedeva, già all'alba di nuove intese mondiali, la "suprema legge etica" che ne avrebbe potuto e dovuto regolare l'azione. Lo Stato, tuttavia, non sarebbe rimasto più lo stesso, dopo la cura etica che la dottrina di Moro proponeva. Anch'esso doveva abbandonare la dimensione puramente amministrativa, soddisfacente le sole manie dell'interesse egoistico e materiale, per trasformarsi nella "società di persone morali", nel veicolo dell'universalità dell'umano valore "in ciascuno e in tutti". Esso si sarebbe presentato perciò come sintesi dell'idea liberale e di quella sociale, di liberalità e di socialità, in un processo continuo di fondazione e rifondazione di tali princìpi, ove l'autonomia è in grado di realizzarsi nella comunione con gli altri. Non meraviglia perciò che il rapporto statale venga subito collegato, dalla lezione morotea, alla famiglia e alla Chiesa, pur senza trascurare il residuo vitale della società, a cominciare dal mondo del lavoro e dalle rappresentanze sindacali. Impresa ardua, per il diritto, quella di dare forma a una vitalità sociale avvertita, come aveva appena enunciato il filosofo Giovanni Gentile, "in interiore homine". Del resto, a riprova del fatto che, funzionale all'uomo, è la pienezza di vita morale, Moro confermava il valore di una "legge" che aiuta, tramite la regolamentazione dei rapporti interindividuali, a ritrovare nel tempo l'equilibrio personale, sempre soggetto a perdersi. E non è motivo di scandalo se, al cuore delle sue rivelazioni di uomo di Stato e di diritto, Moro manteneva fermo il principio della libertà e la libertà di coscienza, in specie. In ciò, ipotizzava la vittoria definitiva della moralità e dell'amore, sulla violenza e sulla legge stessa - della quale non è solo possibile, bensì anche auspicabile "liberarsi".

Gianfranco Lami
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