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Nell'oceano di Internet sono centinaia i siti che si occupano dell'affaire Moro, come è stato definito da Sciascia. Il mio blog si presenta come un progetto diverso e più ambizioso: contribuire a ricordare la figura di Aldo Moro in tutti i suoi aspetti, così come avrebbe desiderato fare il mio amico Franco Tritto (a cui il sito è certamente dedicato). Moro è stato un grande statista nella vita politica di questo paese, un grande professore universitario amatissimo dai suoi studenti, un grande uomo nella vita quotidiana e familiare. Di tutti questi aspetti cercheremo di dare conto. Senza naturalmente dimenticare la sua tragica fine che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia segnando un'epoca e facendo "le fondamenta della vita tremare sotto i nostri piedi".
Ecco perchè quel trauma ci perseguita e ci perseguiterà per tutti i nostri giorni.

mercoledì 10 settembre 2008

Lasciate stare Moro e Berlinguer

Sabato, Enrico Ghezzi, nel suo Blob ha mandato in onda pezzi di tribune politiche degli Anni 60-70 con i leader (Togliatti, Moro, Saragat, Fanfani, Berlinguer, Almirante e tanti altri «minori») interrogati dai giornalisti su casi che anticipavano la «questione morale» o ripresi mentre facevano un discorso su temi scottanti (Fanfani e Almirante sul divorzio).

Una di queste riprese riguardava Aldo Moro, allora (1960) segretario della Dc, al quale un giornalista chiedeva come spiegava il fatto che nella lista per le elezioni amministrative a Mussomali (grosso comune nella provincia di Caltanissetta) la Dc aveva incluso il capomafia Genco Russo. La risposta è imbarazzata («si tratta di un piccolo comune, non è capolista» ecc.) ma poi il leader dc afferma: «Non ci sono atti e documenti che qualifichino quel candidato come mafioso». La risposta fa pensare che Moro conoscesse il fatto anche se si verificava in un «piccolo comune» e non dicesse il vero, dato che c’erano atti e documenti che qualificavano Genco Russo come mafioso. Questo non vuol certo dire che Moro fosse colluso con la mafia, ma al contrario che la Dc (anche con Moro) preparando le elezioni del 1948 e successivamente per costruire la diga contro il comunismo e garantirsi il ruolo guida, accettò il «quieto vivere» (l’espressione è di Andreotti) con la mafia. E l’accettarono De Gasperi, Fanfani, Andreotti. Quest’ultimo operò con più spregiudicatezza, ma dentro quel quadro.

Ho ripreso questo pezzo della storia politica italiana per ricordare agli smemorati che Aldo Moro in tutti i momenti, anche nei più sgradevoli, difese il ruolo centrale della Dc alla guida del Paese. Ricordo anche il suo discorso alla Camera dei deputati in occasione delle accuse fatte ad esponenti della Dc per le tangenti pagate dalla società Usa Lockheed per le forniture di aerei: «Non ci faremo processare sulle piazze». E quando nel 1976 raggiunse con Berlinguer un’intesa di governo volle, fortemente volle, che a guidarlo fosse Andreotti, per garantire l’unità e il ruolo della Dc. Anche nella prigione delle Br le sue lettere hanno come asse la famiglia e l’incerto domani della Dc («il futuro non è più solo nelle nostre mani»).

Questo scenario mi è tornato in mente quando sull’Unità ho letto che nei circoli Pd sono ammessi due quadri, Moro e Berlinguer, santi protettori del partito. Ma, se Moro fu il leader democristiano che con più coerenza e determinazione difese il ruolo della Dc e dei cattolici democratici, Berlinguer fu il più deciso sostenitore dell’identità comunista del partito. Il leader del Pci si separò umanamente e politicamente dal comunismo sovietico con nettezza e determinazione e ricercò un rapporto con quei dirigenti socialdemocratici che si battevano per la causa del Terzo Mondo (Olof Palme, Willy Brandt), ma restò un comunista che, con la democrazia e le riforme di struttura, voleva superare il capitalismo e realizzare una società socialista. Per questo il Pci doveva restare, con la sua autonomia, nel campo anticapitalista e antimperialista e separato dalle socialdemocrazie.

Poi c’è stato l’89 e il crollo del Muro e del «campo», e non sappiamo come avrebbero reagito Moro e Berlinguer. Certo diversamente da come confusamente hanno reagito i loro eredi. I quali pur non avendo elaborato un loro pensiero, una strategia e una cultura per fare un partito, mettono nei circoli le foto di Moro e Berlinguer identificandoli come padri del Pd. Invece furono leader di due partiti con identità radicalmente diverse anche se li unì una forte tensione politico-morale nella guida dei loro partiti. L’operazione Dc-Pci, Moro-Berlinguer la fanno proprio coloro che ripetono sino alla noia che le culture politiche del Novecento sono morte e sepolte. Oggi autorevoli promotori del Pd dicono che questo partito «implode» (Scalfari domenica su Repubblica). E con Scalfari tanti altri. Ma perché implode? Perché c’è Veltroni e non D’Alema o Parisi o un quarantenne? Non scherziamo. Cari amici democratici, lasciate in pace Moro e Berlinguer, anche perché non meritano di «implodere» con il Pd e, se volete, avviate un confronto serio e reale su cos’è oggi questo partito e cosa potrebbe essere domani. Intanto il Papa dice che all’Italia occorre una nuova generazione di cattolici impegnati nella politica. Per chi suona la campana?

di Emanuele Macaluso
www.lastampa.it

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