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Nell'oceano di Internet sono centinaia i siti che si occupano dell'affaire Moro, come è stato definito da Sciascia. Il mio blog si presenta come un progetto diverso e più ambizioso: contribuire a ricordare la figura di Aldo Moro in tutti i suoi aspetti, così come avrebbe desiderato fare il mio amico Franco Tritto (a cui il sito è certamente dedicato). Moro è stato un grande statista nella vita politica di questo paese, un grande professore universitario amatissimo dai suoi studenti, un grande uomo nella vita quotidiana e familiare. Di tutti questi aspetti cercheremo di dare conto. Senza naturalmente dimenticare la sua tragica fine che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia segnando un'epoca e facendo "le fondamenta della vita tremare sotto i nostri piedi".
Ecco perchè quel trauma ci perseguita e ci perseguiterà per tutti i nostri giorni.

martedì 10 maggio 2011

LA PRIGIONE DI ALDO MORO

Aldo Moro è stato ucciso nel garage in cemento del covo brigatista di Montalcini? E' stato sempre tenuto lì, oppure i luoghi delle prigioni sono stati diversi? Davvero nessuno sapeva dell'esistenza della 'base' di fronte a Villa Bonelli, nel quartiere romano Portuense? (sulla esistenza di una sola prigione per primo espresse molti dubbi il giudice Mastelloni).
Queste domande rappresentano una parte infinitamente piccola, ma assai significativa, della 'grande nebulosa' del caso Moro. Proprio pochissimi giorni fa, infatti, l'ex presidente della Rai, Ettore Bernabei, in una lunga intervista in occasione dei suoi 90 anni, tra un ricordo e l'altro, è tornato sull'argomento (ma parla ad un paese distratto) dicendo senza indugi: «Spesso [la dietrologia] converge con la realtà. Pensi al povero Moro. Io credo ai solerti 007 che hanno ubicato il suo barbaro omicidio tra le mura di Palazzo Caetani»....(L'espresso, 5.5.11)
Recentemente, abbiamo dato conto dell'esistenza di un 'ultimo testimone' (per ora) di questo buco nero della nostra storia: lo abbiamo chiamato signor Mario e ha raccontato alcune cose interessanti sul covo di via Montalcini. Ci disse che lui aveva fatto parte di un gruppo di speciali 'osservatori', un team messo in piedi per monitorare cosa avveniva nella casa di via Montalcini: l'operazione era basata sul supporto logistico e sul coordinamento offerto da uomini di una stazione dei Carabinieri della Capitale. Rimasero a 'guardare' nel buco della serratura per parecchi giorni e furono smobilitati proprio il giorno prima dell'uccisione di Moro.
Se tutto fosse vero, significherebbe che lo Stato sapeva esattamente cosa accadeva ogni minuto di quei 55 giorni.
Intanto, non dimentichiamo che la 'pista' di via Montalcini fu di fatto 'imposta' nell'immaginario collettivo quanto il ministro dell'Interno Rognoni annunciò in modo solenne - durante un suo intervento alla Camera - l'individuazione della prigione di Moro (senza dare l'indirizzo ma si riferiva alle cose dette dal pentito Antonio Savasta). Era il 1 febbraio del 1982 e da allora il nodo della prigione di Moro è apparso sempre come un caso risolto, anche se in sede giudiziaria non è stato possibile scrivere una parola definitiva su questo capitolo. Così è stato quasi inutile chiedersi, ad esempio, perché non si è mai trovato negli archivi del ministero dell'Interno l'appunto di un maresciallo che per primo si recò in via Montalcini ''già in un periodo antecedente il 24 luglio 1978''. Non solo: un teste, all'epoca addetto alla segreteria del direttore dell'Ucigos, già per anni alle dipendenze di Umberto Federico D'Amato, dichiarò - ritrattando successivamente - che il pedinamento di Anna Laura Braghetti, la ''vivandiera'' della ''prigione Br'' e proprietaria dell'appartamento di via Montalcini, cominciò durante il sequestro del Presidente della Dc.
Ma torniamo ai nostri giorni. La testimonianza del signor Mario, in parte resa pubblica su questo sito, ha provocato legittime perplessità di attenti lettori: per questo mi sembra utile tornare sull'argomento ma con altri elementi.
Il racconto del nostro uomo, infatti, ha sollecitato l'attenzione di un ex ragazzo della zona che non ha mai dimenticato quei giorni: «ha mai fatto un sopralluogo in via Montalcini» mi ha chiesto con tono deciso dopo aver letto il racconto del signor Mario e aver rintracciato il mio recapito. Beh, sì conosco la via, gli ho risposto, ma lui va dritto al punto: «venga qui che l'accompagno a fare un giro nei luoghi di cui parla il suo testimone». Aveva ragione, abbiamo fatto insieme una lunga passeggiata che è stata molto istruttiva: «vede, ecco il lampione dove potrebbero aver messo la telecamera», mi ha detto appena dopo esserci presentati. Effettivamente, la posizione dei pali, mai cambiati, e delle lampade è ideale, perché 'guarda' proprio dritto verso la fatidica casa. Ma ecco la sintesi della nostra conversazione. Chiameremo stavolta il nostro uomo il signor Montalcini: un nome di dubbia fantasia ma che rende bene il personaggio. Non deve sembrare strano il rifiuto dei 'testimoni' a fare pubblicamente il loro nome: è normale che da un caso così intrigato si voglia stare fuori. Anche con il signor Montalcini abbiamo fatto le opportune verifiche per capire meglio la sua 'umanità': oggi è un professionista di oltre quarant'anni, molto cordiale, pacato e molto riflessivo. Allora era uno dei tanti ragazzi che gironzolavano nel quartiere che offriva un'enorme zona verde, Villa Bonelli, solo dagli inizi degli anni '80 'area di verde pubblico ' ma allora terra verde, incolta e selvaggia, un paradiso per i ragazzi. Ci siamo incontrati proprio di fronte al numero civico 8, quello dell'appartamento brigatista, e la prima cosa impressionante è che la casa-covo si trova così vicina alla strada, così esposta e poco protetta, che è impossibile credere che sia stata scelta come la prigione super-clandestina di Aldo Moro. Proprio la stessa identica impressione che si ha in via Gradoli, dove si trovava l'altro covo-prigione: anche quella è una via lunga ma molto, molto stretta e la base brigatista si trovava esattamente di fronte all'appartamento a disposizione della Banda della Magliana. E, quando diciamo di fronte, significa a pochissimi metri, proprio la posizione ideale per controllare, come sostiene di aver fatto uno della Banda, Alessandro D'Ortenzi (vedi L'Anello della Repubblica).

D. Signor Montalcini, cosa l'ha colpita della testimonianza di Mario?

R. «Mi sembra che dia risposte a domande che io, i miei familiari e amici ci siamo sempre fatti. Allora avevo poco più di dieci anni e per me ed i miei amici il quartiere era casa nostra. Impossibile che una prigione-covo potesse reggere la clandestinità. Mi ha colpito soprattutto il fatto che era assolutamente possibile, invece, un sistema di controllo direi quasi a cerchi concentrici, oggi diremmo all'interno di una 'zona rossa', anche perché nella villa c'erano vecchie case ridotte a rudere, oggi completamente recuperate, nelle quali si poteva stabilire una base di controllo, proprio come dice il suo testimone. In quei giorni, come ricorda spesso mio padre, e come io stesso ricordo, c'era un furgone fisso in una via Francesco Ripandelli, una strada privata che interseca via Montalcini e dalla quale si poteva controllare proprio il noto appartamento. Allora non ci facevamo caso perché in zona abitavano anche personaggi noti e alti funzionari, ma il furgone non c'era mai stato prima del sequestro, né mai torno dopo».

D. Ma era possibile stabilire basi di ascolto in una delle case diroccate all'interno della villa senza il pericolo di un'invasione da parte di voi ragazzi della zona ? Non eravate un pericolo per un'operazione di quel tipo?

R. «Secondo me no, in realtà c'erano punti inaccessibili dove nessuno di noi andava, anche perché avevamo a disposizione tutta la villa. Proprio di fronte all'appartamento di via Montalcini numero 8 c'era la casa a due piani, oggi una pertinenza del Municipio, nella quale senz'altro era possibile stabilire un punto di indisturbato d'osservazione nella parte superiore. E poi in quel momento in particolare, a metà del 1978, la zona era una specie di cantiere, alcuni condomini erano in fase di costruzione e c'erano grandi lavori di ristrutturazione dell'Italgas. C'erano fili ovunque, operai che andavo e venivano nelle case e sicuramente potevano essere mimetizzati fili di telecamere o altre apparecchiature (delle quali parla il signor Mario), visto che all'epoca non c'erano sistemi wi-fi o di trasmissioni satellitari».

D. Comunque, era una zona tranquilla e questo è quello che conta quando si deve scegliere dove sistemare un covo...

R. «Era tranquilla per noi, per giocare liberamente per strada insieme ai nostri amici, tra i quali c'erano figli di funzionari dello Stato e di gente meno raccomandabile. Io giocavano spesso con il figlio di Franco Giuseppucci, il 'negro', perché tra queste vie è noto che i membri della Banda della Magliaia venivano a scegliere i loro appartamenti: più a valle, appunto nel quartiere della Magliana, facevano affari di vario tipo e qui ci abitavano, come è stato ricordato da alcuni attenti osservatori. A via Gaetano Fuggetta 59, cioè a 120 passi da via Montalcini, c'era Danilo Abbruciati, Amelio Fabiani, Antonio Mancini; in via Lupatelli 82, 230 passi dalla prigione del popolo, c'era Danilo Sbarra e Francesco Picciotto (uomo del boss Pippo Calò); in via Vigna due Torri 135, 150 passi, Ernesto Diotallevi, segretario del finanziere piduista Carboni».

D. Dunque intende dire che era tranquilla ed anche molto ben protetta?

R. «Era abitata da famiglie del ceto medio, come la mia, ma anche da persone molto diverse, comunque il punto è che lì nulla avveniva a caso. E poi c'è ancora un fatto....C'era un intero palazzo di proprietà dei carabinieri proprio in via Montalcini, accanto a quello della "prigione". Accanto significa a tre metri. Lo chiamavamo la 'palazzina dei carabinieri' e aveva un frequente ricambio di inquilini».

D. Il signor Mario dice che lui e i suoi compagni erano stati sistemati in un appartamento che si trovava nel palazzo proprio dopo quello del civico 8..

R. «Sì, potrebbero coincidere...Comunque, era una zona 'infiltrata', nel senso abitativo, dalla banda della Magliana, anche se abitata da molti vip, diremmo oggi. Io andavo a scuola con il figlio di un importante magistrato, ma c'erano avvocati e politici piuttosto in vista».

D. Nel 1978? Ne è sicuro?

R. «Altro che! Guardi, se il caso Moro è rimasto nella coscienza collettiva del paese, si figuri quanti ricordi e quanti pensieri suscita a noi che siamo nati e cresciuti proprio nella via ritenuta 'la prigione del popolo'. Dopo aver letto il racconto del signor Mario, tanti ricordi sono tornati a galla e li ho condivisi con la mia famiglia e con gli amici con cui sono cresciuto. Deve sapere che all'epoca ci fu una grande mobilitazione di noi residenti: si costituì il Comitato per la difesa di Villa Bonelli che, grazie alla lotta dei cittadini e al sostegno delle istituzioni di allora, oggi è area pubblica - il grande sindaco Petroselli venne ad inaugurare l'area proprio pochi giorni prima della sua prematura scomparsa. Ma nei primissimi anni '80, la battaglia fu dura anche perché tra i contendenti c'erano un importante uomo politico. Ma sono passati troppi anni e i protagonisti di quella stagione non sono più qui e alcuni sono andati via per sempre».

di Stefania Limiti
8 maggio 2011

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