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Nell'oceano di Internet sono centinaia i siti che si occupano dell'affaire Moro, come è stato definito da Sciascia. Il mio blog si presenta come un progetto diverso e più ambizioso: contribuire a ricordare la figura di Aldo Moro in tutti i suoi aspetti, così come avrebbe desiderato fare il mio amico Franco Tritto (a cui il sito è certamente dedicato). Moro è stato un grande statista nella vita politica di questo paese, un grande professore universitario amatissimo dai suoi studenti, un grande uomo nella vita quotidiana e familiare. Di tutti questi aspetti cercheremo di dare conto. Senza naturalmente dimenticare la sua tragica fine che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia segnando un'epoca e facendo "le fondamenta della vita tremare sotto i nostri piedi".
Ecco perchè quel trauma ci perseguita e ci perseguiterà per tutti i nostri giorni.

giovedì 17 marzo 2011

Moro, un testimone racconta: “Controllavamo il covo Br di via Montalcini”

Via Montalcini, uno dei misteri italiani. Sul covo delle Br del quartiere Portuense di Roma, che secondo la ricostruzione ufficiale è stata la prigione di Moro per tutti i 55 giorni del drammatico sequestro, ora emergono nuovi elementi. Alla vigilia della commemorazione per il 33esimo anniversario del rapimento dl presidente della Dc Aldo Moro e l’uccisione della sua scorta in via Fani sul sito www.cadoinpiedi.it viene pubblicato un articolo dove viene riportata la testimonianza di una persona che nel 1978 era un militare di leva.

L’uomo racconta alla giornalista e scrittrice Stefania Limiti, autrice de “L’anello della Repubblica” (edito da Chiarelettere) che durante il rapimento venne scelto per far parte di un gruppo di dieci uomini chiamati per tenere sotto osservazione via Montalcini. Era il 23 aprile del 1978. L’uomo, già ascoltato dalla Procura di Roma, racconta: “Ci dissero di tenere sotto osservazione l’appartamento dove era sequestrato l’onorevole Aldo Moro. Il nostro compito principale – continua – era controllare tutti i movimenti provenienti da quell’appartamento. Avevamo una postazione di controllo: sulla strada era situato un lampione per l’illuminazione stradale che fu smontato pezzo per pezzo da falsi tecnici dell’Enel, portato in una caserma dei Carabinieri dove fu installata una micro telecamera all’interno della lampadina: serviva per vedere gli spostamenti all’interno dell’appartamento”.

Lo statista democristiano fu tenuto prigioniero dai brigatisti fra il 16 marzo e il 9 maggio del 1978. L’appartamento di via Montalcini a Roma, era intestato alla brigatista Anna Laura Braghetti, e sulla ‘prigione’ al Portuense, pesano da sempre delle ombre. Un luogo immortalato dalle terribili foto dei brigatisti che ritrassero il politico nella feroce immagine della prigione-sgabuzzino delle fotografie inviate ai quotidiani di allora. Moro fu ucciso nel garage del palazzo di via Montalcini 8 alle 6 del mattino e poi trasportato in via Caetani in una Renault 4 rossa rubata. La polizia a pochi giorni dalla strage di via Fani, quando alla polizia arriva una prima segnalazione, forse una voce generica, forse una soffiata precisa, entrano nel palazzo di via Montalcini ma non perlustrano l’interno 1. Gli agenti bussano anche ma poi, inspiegabilmente, vanno via.

Nel libro della Limiti, il militare rivela: “Dovevamo poi sorvegliare i movimenti intorno al palazzo e tenere sotto osservazione i bidoni della spazzatura. Moro era tenuto, ci dissero, nell’appartamento del piano rialzato, quello con il giardinetto. In quello del primo piano erano stati messi microfoni ad alta ricezione, in grado di captare anche i più piccoli rumori. Roba sofisticata per l’epoca, forniti, infatti, da agenti stranieri”. E sulla famigerata Renault 4 rossa aggiunge: “Ricordo di aver visto la Renault 4 rossa parcheggiata nel cortile che dava ai garage e un’altra auto, una Rover con targa straniera e con una o forse più multe poste sul parabrezza. Un giorno fu portata via e fui piuttosto sconcertato quando la rividi nello spiazzo della caserma di via Aurelia. La ‘missione‘ durò fino all’8 di maggio, un giorno prima dell’epilogo tragico del sequestro. Ci dissero che il nostro compito era finito e che ci avrebbero rispedito alle nostre destinazioni. Rientrai ad Avellino e – conclude – poi ho avuto il foglio di trasferimento per Battipaglia. Mi è stato esplicitamente detto di dimenticare quello che avevo visto e fatto a Roma”.

Fonte:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/15/moro-un-testimone-racconta-controllavamo-il-covo-di-via-montalcini/97764/

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