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Nell'oceano di Internet sono centinaia i siti che si occupano dell'affaire Moro, come è stato definito da Sciascia. Il mio blog si presenta come un progetto diverso e più ambizioso: contribuire a ricordare la figura di Aldo Moro in tutti i suoi aspetti, così come avrebbe desiderato fare il mio amico Franco Tritto (a cui il sito è certamente dedicato). Moro è stato un grande statista nella vita politica di questo paese, un grande professore universitario amatissimo dai suoi studenti, un grande uomo nella vita quotidiana e familiare. Di tutti questi aspetti cercheremo di dare conto. Senza naturalmente dimenticare la sua tragica fine che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia segnando un'epoca e facendo "le fondamenta della vita tremare sotto i nostri piedi".
Ecco perchè quel trauma ci perseguita e ci perseguiterà per tutti i nostri giorni.

giovedì 4 dicembre 2008

Moro, la DC e il dialogo sconfitto

Gli Anni 2000 sono risultati così diversi dagli Anni 1900 che di questi si perde la memoria. In un tempo in cui il presente è tutto, il futuro è un problema, il passato non è più un maestro di vita, ciò che è stato perde i suoi diritti. Il tempo comincia con l’oggi e del «doman non v’è certezza». È perciò un atto meritorio dell’Università Luiss di Roma dedicare domani un convegno alla figura più drammatica dell’Italia nella guerra fredda: Aldo Moro. Di guerra fredda morì, perché tentò di dare forma politica al Paese, alla maggioranza italiana di allora, composta da cattolici e da comunisti. Dai «due vincitori» delle elezioni, come disse a Benevento dopo il voto del ’76.

Ma il caso Moro ha, per la sua potenza simbolica, un fascino particolare. È un dramma perfetto: personale, familiare, di sinistra, politico, istituzionale. Moro cercò di creare negli interstizi della guerra fredda un’eccezione italiana in cui un partito comunista, il più grande dell’Europa occidentale, accettava con il suo segretario la tesi che il socialismo si poteva costruire all’ombra della Nato. Forse era troppo ardito sperare che il partito di Togliatti rompesse i vincoli con l’Urss, troppo radicato il mito del «socialismo realizzato» da noi: un Paese credente, in cui il comunismo, assunta la forma d’una religione popolare, si conciliava con il culto della Madonna e dei santi. Gramsci aveva voluto proprio questo. L’Italia era stata un’eccezione ai tempi della guerra fredda perché il Paese è sede del Papato e Roma intendeva parlare anche col potere sovietico e non diventare un avamposto dell’Occidente. Ma l’ipotesi che la sede romana del cattolicesimo fosse così forte da essere una tale eccezione, era un concetto troppo ardito. Sia vera o falsa la tesi di Giovanni Galloni che vede nell’assassinio di Moro la vendetta di Kissinger, è certo che le Br eseguirono su lui una sentenza che aveva l’approvazione di Washington e di Mosca.

La storia di Moro non è inclusa nella storia Dc se non in parte. La sua vita politica e anche quella nel carcere Br fu tesa a mostrare che l’idea del dialogo, con cui Paolo VI affrontava il postconcilio, era politicamente praticabile. Moro non intese il dialogo come cedimento: evitò l’errore di Dossetti e Fanfani di fare della sinistra Dc la chiave del rapporto col Psi, poi col Pci. Anche le lettere dal carcere sono la testimonianza di una vita politica e del dialogo come principio che l’ispirava. La sua coerenza nell’estrema sventura fu intesa come debolezza. Di una cosa Moro volle essere garante: che tutta la Dc fosse presente nei governi che nascevano con una maggioranza prima col Psi e poi col Pci. Il criterio che guidò Moro nel dialogo fu l’unità della Dc. Ma il dialogo era una categoria politica sufficiente? Una scelta papale che interpretava il Vaticano II aveva la forza di diventare un fatto spirituale e politico in Italia? La vicenda di Moro ci dice di no. Le sorti di cattolici e comunisti si bipartirono definitivamente dopo la sua morte.

Ricordo che la prima lettera di Moro fu indirizzata al ministro dell’Interno, Cossiga, e che vi era il chiaro appello a non farsi incantare dalla «ragion di Stato». Fu per questa parola che, chiamato dal direttore del Secolo XIX Afeltra cui la lettera era giunta a dare un consiglio sulla sua autenticità e quindi sulla sua pubblicazione, risposi che il termine «ragion di Stato» era della penna di Moro. Sua la tesi che i conflitti presenti nella società non fossero conflitti di Stati, ma conflitti nei popoli e che, per salvare la democrazia, occorreva usare uno strumento che desse dignità politica alle parti coinvolte, anche se non erano governi in esilio o forme istituzionali o paraistituzionali. Il dialogo teorizzato da Paolo VI come forma di presenza della Chiesa nelle modernità diveniva per Moro uno strumento politico di cui non solo la comunità internazionale, ma nessun singolo Stato era in grado di fare a meno. La ragione di rivoluzione è la più radicale delle ragioni di Stato: e le implacabili Br non risposero all’atto solenne con cui Paolo VI cercò di coinvolgerle nel dialogo da esse cercato con le istituzioni mediante l’appello diretto ai brigatisti di salvare Aldo Moro «senza condizioni», cioè senza trattativa delle Br con lo Stato. Le Br non consideravano la Chiesa come potere, volevano il riconoscimento del potere reale: quello dello Stato italiano che non ebbero.

Gianni Baget Bozzo
www.lastampa.it
3-12-2008

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