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Nell'oceano di Internet sono centinaia i siti che si occupano dell'affaire Moro, come è stato definito da Sciascia. Il mio blog si presenta come un progetto diverso e più ambizioso: contribuire a ricordare la figura di Aldo Moro in tutti i suoi aspetti, così come avrebbe desiderato fare il mio amico Franco Tritto (a cui il sito è certamente dedicato). Moro è stato un grande statista nella vita politica di questo paese, un grande professore universitario amatissimo dai suoi studenti, un grande uomo nella vita quotidiana e familiare. Di tutti questi aspetti cercheremo di dare conto. Senza naturalmente dimenticare la sua tragica fine che ha rappresentato uno spartiacque nella nostra storia segnando un'epoca e facendo "le fondamenta della vita tremare sotto i nostri piedi".
Ecco perchè quel trauma ci perseguita e ci perseguiterà per tutti i nostri giorni.

giovedì 20 novembre 2008

Divorzio, da archivi la conferma del ruolo giocato da Aldo Moro

Nell’istituzione del divorzio in Italia fondamentale fu il ruolo svolto da Aldo Moro. La conferma giunge dalle carte dello statista democristiano depositate all’Archivio centrale dello Stato di Roma di cui oggi Repubblica riporta alcuni stralci. Abile nel barcamenarsi tra la difesa della laicità delle istituzioni repubblicane, l’autonomia del Parlamento italiano, la sopravvivenza del centrosinistra e le ingerenze vaticane, Moro si adoperò in maniera decisiva in tutte le travagliate fasi dell’iter legislativo compiuto tra il 1965 ed il 1970 dal progetto di legge Fortuna. Furono soprattutto le interferenze della Santa Sede a costituire il principale ostacolo all’introduzione del divorzio nella legge italiana. Interferenze che rischiarono di sfociare in una vera e propria crisi diplomatica, come testimonia la lettera, ora venuta alla luce, che il 23 gennaio 1967 il capo dello Stato Giuseppe Saragat inviò a Moro presidente del Consiglio. Quel giorno Papa Paolo VI, in una allocuzione rivolta ai componenti della Sacra Romana Rota, aveva lanciato un duro attacco contro quei politici che “sostengono non essere contraria alla Costituzione una proposta di legge per l'introduzione del divorzio nella legge italiana”. Saragat si mosse immediatamente e scrisse a Moro intimandolo a intervenire perché, sottolineò il capo dello Stato nella missiva, “gli apprezzamenti e i giudizi” del pontefice, “riferendosi a atti del parlamento nazionale, rappresentano una non consentita ingerenza nella vita dello Stato”.

La prima ufficiale presa di posizione della Santa Sede, riguardo la proposta di legge Fortuna-Baslini, è datata 22 agosto 1966. Attraverso una nota inviata all’ambasciatore italiano, la Segreteria di Stato vaticana espresse, infatti, le “gravi apprensioni della Santa Sede” per un disegno di legge che, se fosse stato approvato, avrebbe provocato non solo un decadimento dei costumi e il disordine sociale, ma soprattutto avrebbe rappresentato un’aperta violazione del Concordato tra lo Stato italiano e la Chiesa. Ancor più esplicita fu la seconda nota inviata dal Vaticano il 16 febbraio 1967 nella quale veniva sottolineato che “è superfluo rilevare che eventuali provvedimenti legislativi i quali pretendessero di dichiarare sciolto un matrimonio canonico, costituirebbero una violazione degli obblighi che lo Stato italiano ha assunto verso la Santa Sede”. Secondo il Vaticano, insomma, prima di una eventuale approvazione parlamentare della proposta Fortuna, si sarebbe dovuto rivedere l’articolo 34 del Concordato che regolava la materia del matrimonio. Se il Governo italiano avesse seguito questa strada, l’iter legislativo della proposta Fortuna-Baslini si sarebbe irrimediabilmente arenato in attesa di nuovi accordi diplomatici tra Italia e Santa Sede e, difficilmente, si sarebbe giunti alla sua approvazione.

Invece il gabinetto presieduto da Aldo Moro, forte della decisione presa dalla commissione Affari costituzionali della Camera, che proprio in quei mesi si pronunciò a favore della costituzionalità della proposta di legge Fortuna, tenne nascoste al Parlamento le due note vaticane e si pronunciò, nell’ottobre 1967, a favore solamente di una generica riconsiderazione di “talune clausole del Concordato in rapporto alla evoluzione dei tempi e allo sviluppo della vita democratica”. Salvatosi dalle ingerenze vaticane, il progetto di legge sul divorzio, modificatosi nel frattempo in proposta Fortuna-Baslini, venne approvato dalla Camera il 28 novembre 1969 durante il secondo ministero Rumor. Entrato in crisi questo gabinetto nel febbraio successivo, si aprì una grave e lunga crisi parlamentare. Il 30 gennaio 1970 la Santa Sede inoltrò una nuova nota di protesta, la terza, all’ambasciata italiana. Stavolta, però, la diplomazia vaticana rese pubblico il documento, suscitando le ire delle forze laiche che stigmatizzarono l’intervento del Vaticano nel pieno di una crisi di governo che si stava risolvendo a favore di una ricomposizione del centro-sinistra. Nella nota la Santa Sede tornò a sostenere che il divorzio dei matrimoni concordatari non poteva essere discusso e votato dal Parlamento perché avrebbe dovuto essere oggetto di un nuovo negoziato tra Stato e Chiesa. Per cercare di uscire dalla crisi di governo, il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, affidò il 3 marzo 1970 il preincarico a Moro, il quale si assunse l’onere di ricucire i rapporti tra la Dc, d’accordo con le tesi vaticane, e i partiti laici, difensori della aconfessionalità dello Stato.

Secondo Moro l’unica via d’uscita sarebbe stata quella di tenere distinti i due problemi: da una parte far proseguire l’iter parlamentare della Fortuna-Baslini al Senato, dall’altra avviare negoziati con la Santa Sede per rivedere il Concordato in alcuni punti. In pochi giorni Moro si ritrovò isolato: innanzitutto Paolo VI gli rifiutò un’udienza più volte richiestagli, quindi Civiltà Cattolica ribadì il 7 marzo la tesi della sospensione al Senato del dibattito sul divorzio fino alla revisione del Concordato e, per ultimo, la stessa Democrazia cristiana impedì a Moro di effettuare un ultimo tentativo per risolvere la crisi. Così commentò l’accaduto Loris Fortuna: “La posizione di Moro salvaguardava l’autonomia e la sovranità dello Stato, offriva un corretto rapporto di parità e non di sudditanza nei confronti del Vaticano. L’ultimatum del Vaticano è stato accettato. Abbiamo il partito dello straniero e ad esso non si possono affidare le sorti della Repubblica”.

Che il Vaticano e la Dc avessero voluto affondare personalmente Moro, più che il progetto sul divorzio da lui elaborato, lo dimostrò il fatto che il terzo governo Rumor, che nacque da quella lunga crisi, si comportò sull’argomento nella stessa maniera suggerita da Moro durante il suo incarico esplorativo: prosecuzione della Fortuna-Baslini al Senato e, parallelamente, discussione con la Santa Sede per la revisione del Concordato senza però che queste trattative comportassero ingerenze ecclesiastiche nella discussione al Senato sulla legge sul divorzio. Nel caso la proposta Fortuna-Baslini fosse divenuta legge, gli elettori avrebbero potuto esprimersi sulla decisione del Parlamento attraverso lo strumento del referendum abrogativo. Neppure l’ennesima dura presa di posizione antidivorzista di Papa Paolo VI, nel giugno 1970, che provocò la crisi del governo Rumor e la nascita del gabinetto Colombo, fermò l’iter parlamentare del provvedimento.

Gli ultimi ostacoli frappostisi alla trasformazione in legge della Fortuna-Baslini, riguardarono una serie di emendamenti presentati dalla Dc nell’ottobre 1970, che causarono una spaccatura nell’area divorzista tra la Lega italiana per il divorzio (Lid) di Marco Pannella e lo stesso Loris Fortuna. Mentre quest’ultimo si disse favorevole a concedere qualcosa alla Democrazia cristiana, pur di non far naufragare l’intero pacchetto di legge, il leader radicale si dimise dalla Lid ribadendo la sua intransigente opposizione a qualsiasi trattativa. La vittoria della linea moderata nello schieramento divorzista da una parte, e la pressione esercitata dall’altra da alcuni esponenti democristiani, tra cui Moro, sul proprio gruppo parlamentare per porre fine al clima da crociata che si stava generando nel Parlamento e nel Paese, diedero il via libera definitivo all’approvazione della proposta Fortuna-Baslini che divenne legge il 1 dicembre 1970.

Fonte
www.ilvelino.it

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